GIUBILEO PADRE BIAGIO APA

Il 15 agosto 2008 la parrocchia si è riunita per ringraziare insieme il Signore nella ricorrenza del 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale del parroco, sac. Biagio Apa. Alla celebrazione della Messa Giubilare è seguito un momento di fraternità nel cortile attiguo alla chiesa.

OMELIA PER LA MESSA GIUBILARE
Viscalori, 15 agosto 2008
Apoc 11, 19; 12, 1-6.10; 1 Cor 15, 20-26; Lc 1, 39-56
Non è facile per me predicare per i 50 anni di messa del vostro parroco, padre Biagio. E questo per un semplice motivo. Di questi 50 anni, più di 25 li abbiamo vissuto assieme, trascorsi quasi tutti in un prefabbricato di legno al Villaggio S. Agata., in totale comunione di vita. Dovrei allora parlare di quanto io ho ricevuto da Biagio nei 25 anni della nostra convivenza, attraverso il nostro semplice conversare, attraverso la testimonianza del suo modo di essere uomo, cristiano, prete.
Ma non lo posso fare, perché oggi dobbiamo invece ringraziare il Signore per quanto ha operato lungo tutta la sua vita di prete, dal piccolo seminario di Biancavilla fino ad oggi qui, nella parrocchia S. Biagio di Viscalori. Lo farò nel modo meno personale possibile, lasciandomi guidare dai motivi chiave delle tre letture bibliche che abbiamo ascoltato.
Questo giorno è la festa dell’Assunta, cioè della vittoria della madre di Gesù sulla morte, una vittoria che si conclude con l’assunzione del suo corpo nella gloria di Dio. Per farci comprendere il senso di questa vittoria la liturgia ci propone tre brani del Nuovo Testamento. Dapprima ci presenta la visione dell’Apocalisse sulla nascita di un figlio al popolo di Dio simboleggiato nella donna, contro cui lotta il drago, simbolo del male che domina il mondo; poi fa parlare Paolo che spiega ai cristiani di Corinto come questa vittoria sul male adesso avvenga il regno di Cristo risorto, che già adesso in maniera nascosta domina sulle potenze di questo mondo; infine, nel vangelo, ci viene raccontata la visita di Maria ad Elisabetta e il suo Magnificat. Sono tre modi diversi per dire il senso di questa vittoria di Maria sulla morte, ma non solo di lei, bensì di ogni uomo e di ogni donna, e quindi anche di noi.
Comincio dal Vangelo: Maria va in fretta a visitare Elisabetta che aspetta un bambino. La sua visita diventa una grazia per la madre Elisabetta e il bambino. Elisabetta esprime la sua gratitudine. Maria esplode in quel canto stupendo e terribile che è il Magnificat.
Se molti preti hanno ormai dimenticato che la visita alle persone nel bisogno è uno degli atti fondamentali del pastore, certamente tra costoro non c’è Biagio. Biagio ha il dono della visita umana e fraterna. E come pochi egli sa consolare semplicemente con la sua umanità, con il fatto di esser vicino e del semplice parlare. Ma sa essere amico e padre non per un atto di volontà, ma per quello che è, vorrei dire naturalmente. Dicendo naturalmente, so di dire una parola sbagliata. In lui questa parola vuol dire solo che egli sa comunicare i suoi sentimenti con semplicità, spontaneamente. Ma l’umanità concreta di Biagio, è frutto non della natura, ma di una storia precisa: orfano già in età infantile, ha molto sofferto negli affetti, ma ha saputo lo stesso bere assetato quella misura di affetti che gli è stata data prima dal nonno e poi da alcuni preti incontrati nella sua vita, come continua a berne mai sazio fino adesso da tutte le persone che gli vogliono bene. Giacché Biagio è un prete che versa affetto, ma lo beve anche fino a farsi viziare. E ne ha tratto quella capacità di commozione, vorrei dire viscerale, davanti alla sofferenza degli altri che lo contraddistingue più di ogni altra cosa. Dove non dobbiamo dimenticare che anche Gesù si commuoveva visceralmente davanti alla sofferenza: come davanti alla vedova di Naim a cui era morto l’unico figlio (Lc 7, 13), come davanti al lebbroso che lo supplica per essere guarito Mc 1, 41), e ai due ciechi a Gerico (Mt) come davanti alle folle che lo seguono avide della parola e dei gesti che compie (Mt passim). E quando Gesù vuol descrivere l’amore parla del samaritano che si commuove nelle viscere per un poveraccio abbandonato lungo la strada (Lc 10, 33) o di un padre che vedendo il proprio figlio tornare a casa lo accoglie commosso visceralmente.
Maria davanti alla reazione grata e ammirata di Elisabetta, prorompe in quel canto stupendo e terribile che è il Magnificat esprimendo la gratitudine adorante a Dio perché a lei povera donna ha comunicato cose così grandi, ma anche la certezza che davanti a Dio i potenti, i superbi e i ricchi valgono nulla, che Dio li abbatte e li umilia, mentre i poveri e gli umili vengono esaltati. Non so se Biagio ama il Magnificat e se lo ripete spesso. Penso che dovrebbe farlo e che dovremmo farlo tutti noi. Come Maria, anche noi dobbiamo riconoscere che è proprio attraverso la nostra pochezza che Dio agisce. La sofferenza di un piccolo orfano, il bisogno di affetto sono stati nella vita di Biagio il terreno che ha germogliato le cose che noi riceviamo da lui e amiamo in lui. Tutto è grazia ed egli per primo deve riconoscere la grazia che gli è stata data attraverso la disgrazia.
E con Maria lui e noi dobbiamo credere che Dio abbatte i potenti e innalza gli umili. Noi questo non lo vediamo e quasi sempre la storia sembra smentire questa convinzione della Madonna e di tutti i giusti che, come dice Tertulliano, aspettano di vedere il compimento di questo desiderio temendo quasi per il “disonore” che Dio riceve ritardando la sua promessa. Ma lui e noi dobbiamo credere che la nostra e la sua vita sono ricche di grazia, come egli deve credere e aver fiducia che, anche nella debolezza e nelle malattie della sua vecchiaia, può essere ancora e forse di più, ricevitore e portatore dell’amore di Dio da manifestare ai suoi parrocchiani.
Nel brano di Paolo abbiamo ascoltato la sua convinzione che adesso è il tempo del regno di Cristo e che questo tempo è fatto da una lotta contro le potenze che dominano questo mondo e contro la morte, l’ultimo nemico dell’uomo, una lotta che si concluderà quando il Padre sarà tutto in tutte le cose.
Ogni credente vive a modo suo questa lotta. Ritengo che Biagio l’abbia vissuto e la viva in due forme differenti. La prima è stata quella di viverla vicino agli ultimi, ai poveri e ai più sfortunati: lo mostra la sua scelta di lasciare la parrocchia di Cristo Re nel 1971 e di chiedere al vescovo una parrocchia dove nessun prete della diocesi e nessun religioso voleva andare, quella del Villaggio S. Agata, per andare non a far del bene, ma a starci, a vivere assieme agli abitanti di quel quartiere che allora era forse il più disagiato di Catania la speranza di una vita più umana, più libera e più degna. Non fu una lotta facile, in un quartiere dove il malgoverno del partito allora dominante aveva creato situazioni assurde, sperimentando ogni giorno cosa vuol dire stare assieme agli altri, scoprirne la dignità e la grandezza umana, svegliarne i desideri di bene, prendendo sempre la distanza dai mestieranti della politica.
La seconda forma è stata quella della lotta contro la malattia e la morte. Da quando lo conosco Biagio ha sempre lottato contro la malattia, senza eroismi, vorrei addirittura dire con una ipersensibilità e una paura che io da persona sana non riesco a volte a comprendere.
Ma anche questo fa parte della sua grazia. Biagio si è lasciato plasmare in questa lotta che ha condotto e conduce passivamente ed è diventato un immediato nell’esprimere i propri sentimenti. Ho sempre costatato con meraviglia, ma senza invidia, come quando stavamo assieme io trattassi le persone in maniera formalmente più rispettosa e, nelle mie intenzioni, con volontà di accoglienza, e come Biagio fosse capace di arrabbiarsi e rimproverare. L’effetto non era tuttavia lo stesso. Le persone con me percepivano una distanza, con Biagio reagivano invece sempre positivamente, afferravano la sua vicinanza. La lotta contro il male non ha un solo stile. E ritengo che lo stile più alto sia quello dell’umanità semplice, immediata.
L’Apocalisse ci ha presentato una visione: la lotta tra un drago che nell’Apocalisse rappresenta il male in quanto tale, Satana, e una donna con il capo adorno di dodici stelle, simbolo cioè delle dodici tribù del popolo eletto. Il drago vorrebbe uccidere il bimbo che la donna sta per partorire, il Messia. Ma il Messia si sottrae alla sua presa e adesso è nella gloria di Dio. Il drago allora si vendica facendo guerra alla donna che vive in un rifugio preparato per lei nel deserto. Ma il credente sa che la forza e la potenza di Dio sono operose, che hanno già vinto, che il drago è stato sconfitto. Il credente sa di appartenere a questo popolo chiamato da Dio a vivere della forza del Messia, che ci chiede di vincere il male che domina il mondo, fiduciosi nella potenza nascosta, umile, ma non per questo meno operante di questa forza, di questa energia.
Nella sua fede, carica di tanta umanità, Biagio ci ha testimoniato questa fiducia. È stata ed è una testimonianza tanto più eloquente, quanto meno vistosa, semplice, umana e debole. Noi tutti siamo sempre afferrati e sorpresi dalla vicinanza che è capace di creare la sua umanità affettuosa, che capta subito e riesce sempre a cogliere il bene che c’è in ognuno. Ognuno di noi vive la grazia di Dio secondo la misura che gli è stata data. Molti preti la vivono in una maniera che magari vuole essere fedele, ma che diventa repellente. Biagio è un prete che ci rende Dio simpatico, vicino. Biagio è ancora un prete che sa fare sperimentare la chiesa come amicizia vicendevole. Vedo qui tanti volti, molti non lo conosco. Ma quelli che conosco so che son venuti questa sera anzitutto per l’amicizia e l’affetto che gli portano.
E così quella che celebriamo oggi è la festa di un grande rendimento di grazie per i suoi 50 anni di prete, di un Magnificat che forse può esprimere al meglio i nostri sentimenti. Per questo invito tutti a cantarlo alla fine della messa prima di congedarci.

 

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